Pubblicazioni

Italo Calvino e la pietanziera

Sala&Cucina

Nella novella intitolata La pietanziera, Calvino racchiude in un umile contenitore di alluminio molto più del modesto pranzo di Marcovaldo.

Per il grande autore parlare di cibo vuol dire affrontare, contemporaneamente, i temi della sensorialità, della cultura e della conoscenza. Nella sua opera viene contrapposta la memoria di un passato genuino alla grigia alienazione della modernità industriale: il cibo non è mai solo nutrimento biologico, ma un linguaggio che comunica situazioni, tradizioni e regole di comportamento sospeso tra passato e presente, tra memoria e illusione.

All’interno di quella pietanziera chiusa ci sono le speranze di tutta una vita, l’illusione di un premio per i sacrifici svolti e la vana promessa di una vita migliore. Il rito del pasto di Marcovaldo inizia con il gesto di svitare il coperchio con una “trepida speranza”: “Le gioie di quel recipiente tondo e piatto chiamato ‘pietanziera’ consistono innanzitutto nell’essere svitabile”. Il manovale estrae dalla tasca un fagotto di posate che porta sempre con sé e osserva il contenuto preparato dalla moglie Domitilla. Calvino descrive il cibo, monotono, costituito da salsiccia e lenticchie o polenta e stoccafisso, come una vera e propria rappresentazione: gli alimenti appaiono compressi “come i continenti e i mari nelle carte del globo” ma la ‘bellezza cartografica’ si scontra con la desolazione della realtà.

Leggi l’articolo completo.